Questo blog chiude.
Per nessun motivo in particolare, solo non mi sembra ce ne sia bisogno.
Grazie a tutti quelli che hanno letto e commentato.
19 Agosto 2009
chiuso
18 Agosto 2009
anteprima!
Ho appena visto il trailer di The lovely bones, Amabili resti, il film di Jackson tratto dal romanzo della Seabold.
Eccolo qua.
Devo ammettere che sono molto molto perplessa, e questo trailer mi rende ancor di più preoccupata. Dalle immagini sembra davvero un gran bel film ma, sempre da queste poche scene, non mi sembra abbia niente a che fare con il bellissimo romanzo della Seabold: un gran libro, che tutti dovrebbero leggere.
Ma aspetterò, paziente, il 29 gennaio, data in cui uscirà il film in Italia, e poi giudicherò.
14 Agosto 2009
in campana!
Ho appena saputo che a gennaio 2010 uscirà un sequel di Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti. Spero davvero che daranno una parte anche questa volta a Mr. Capra.
31 Luglio 2009
bugie
Ho cominciato a vedere Lie to me, serie americana con Tim Roth. Una delle tante cose che mi piacciono degli americani è che trovi queste star di Hollywood che tra un’interpretazione e l’altra in filmoni di successo planetario ti fanno una serie tv, e te la fanno con i controC. Perché le serie americane sno così che sono fatte.
Lie to me ha come idea base quella di un’agenzia di investigazione privata che si basa sullo studio della micromimica facciale per stabilire quando un testimone menta o dica la verità. Ogni puntata segue un caso maggiore e uno minore e entrambi i casi vengono risolti brillantemente dal fenomeno del protagonista. Per adesso si è appena intravisto la vita privata dei personaggi, ma sembra interessante: una figlia, una ex moglie, un marito fedifrago… Vediamo come si sviluppa.
Una serie standard e ben costruita.
Per ora mi piace.
Certo che mi piacerebbe avere la dote di Roth di Lie to me: sapere sempre, o quasi, quando qualcuno dice una cazzata… non mi piacerebbe invece aver avuto un padre così, o averci il fidanzato.
24 Luglio 2009
altre due letture da spiaggia
Torno a consigliare altri due libri per l’estate.
Uno che ho appena finito di leggere, Un’altra estate di Beppe Marchetti e l’altro che sto ancora leggendo, ma che mi sembra interessantissimo, La città delle nuvole di Carlo Vulpio.
Beppe Marchetti, Un’altra estate, Las Vegas.
Il romanzo dell’esordiente Beppe Marchetti, libraio torinese, è una lettura freschissima, estiva. Originale nello stile quanto scontata, in senso buono, cioè di “rassicurante”, nei contenuti, che racconta “un’altra” estate, un’estate qualunque del giovane Alfio, in una immaginaria Cerbenatico luminosa e eterna. Non ci sono cellulari, internet, tutto è giovane, frizzante e nostalgico. E come tutte le estati che si rispettino, e così come la giovinezza, passa, non senza lasciar traccia, ma passa.
Da mettere in valigia prima di partire per le vacanze, o da leggere appena tornati, per rinnovare il buon umore.
Carlo Vulpio, La città delle nuvole, Edizioni Ambiente.
La città delle nuvole è un viaggio dell’orrore e della vergogna nel territorio più inquinato d’Europa, quello di Taranto, “invaso” da un enorme centro siderurgico che dà lavoro a tanti, ma toglie la salute a tutti.
Un’agile inchiesta che in poco più di cento pagine mostra una realtà spaventosa, di omertà politica, rapporti occultati, vessazioni e omesse denunce.
In vacanza la mente è più sgombra e di solito si pensa meglio, perciò si possono leggere anche di questi libri, senza il rischio di incazzarsi troppo, per il gusto di sapere le cose.
Una piccola nota di merito per la casa editrice, Edizioni ambiente, e in particolare la collana che ospita il testo di Vulpio, VerdeNero: “un progetto integrato di comunicazione sull’ecomafia e sul valore dell’ambiente in quanto risorsa collettiva” (dal sito), e di cui mi sembra ci sia un gran bisogno.
Altre due letture da spiaggia sono qui.
22 Luglio 2009
inquietante somiglianza
Questa è la foto di Putin bambino, non poi così differente dal Putin attuale:

Putin
E questo è il futuro Lord Voldemort quando ancora era Tom Riddle jr:

Voldemort
8 Luglio 2009
[moon river, wider than a mile…]
Solo la distanza di un tavolino li divide, in questa zona franca che si sono scelti per evadere la serata estiva, per non soffocarsi ancora tra le mura dell’appartamento che oramai per loro non è che una scacchiera, dove giocano interminabili partite di rancori e frustrazioni.
Anna non parla, né cogli sguardi né con le mani, si sistema il golf sulle spalle guardando il fondo della tazzina, in cui leggere un’infinità di sogni infranti.
Marco se parla lo fa tamburellando le dita sui jeans, volgendo gli occhi ansiosamente intorno, ha allontanato da sé il bicchiere vuoto, non gli piacciono i rimpianti.
Questa sera sta esplodendo loro intorno, in un vorticoso valzer di musiche e di colori, di stoffe leggere e ascelle sudate, di saluti da ricambiare, di domande imbarazzanti, di fortune da sfoggiare, di segreti da nascondere al meglio.
Marco si accende una sigaretta, Anna col medesimo accendisigari si brucia il filo scucito che pende dall’orlo dell’abito stampato a fiori turchesi.
C’è Mara, seduta al tavolo vicino: col suo seno enorme e un rossetto fucsia a far da cornice ad un sorriso smagliante, il marito le tiene la mano, non smette mai di guardarla.
Ci sono Roberto e Luisa che si stringono ballando in mezzo alla pista: lei ha sempre lo sguardo spento, e lui continua ad amarla dolorosamente, da quando è morto il loro bambino, schiacciato sotto una macchina che correva troppo veloce.
C’è la Bice, maschera ossuta e febbrile, che si aggira intorno alla pista in un vestito verde scolorito, corto e scollato, zoccoli rumorosi, senza borsa e senza denti: la malattia le ha portato via tutto, e le ha lasciata per scherzo la vita.
Anna e Marco, divisi dalla distanza di un tavolino di plastica, ognuno nel proprio mondo che corre troppo veloce e schiaccia ogni giorno qualcosa del loro stare assieme.
L’orchestra che suona, veramente bene, “Moon River”…
Le coppie che ballano, e i bambini che ridono e mangiano gelati…
E poi, quasi come se fosse un film, Marco si alza, toglie da sotto gli occhi di Anna il fondo senza più speranze di caffè, le prende la mano e la fa alzare, accompagnandola in mezzo alla pista, cingendole la vita.
I ragazzi che al baraccone delle corse dei cavalli spendono un euro per un giro, gridano e incitano lanciando le palle verso le buche, e vincono un nuovo giro, o un pupazzo da regalare alle fidanzate…
Anna e Marco ballano, piano, vicini, e lei appoggia la fronte sulla spalla di lui, mentre dalle sue le scivola per terra il golf, senza che se ne accorga.
[un'estate di qualche anno fa]
6 Luglio 2009
due letture da spiaggia
Ho inserito due libri nuovi oggi su aNobii, con relativo voto e commento.
Uno è l’ultimo libro che ho letto, comprato all’ultima Fiera del libro di Torino, Il mio nome è legione di Demetrio Paolin, l’altro invece è un libro che ho letto qualche anno fa, e nemmeno ricordavo, e di cui ho ritrovato per caso un mio commento su un sito.
Copio e incollo qua le due mini recensioni.
Rossana Campo, Mentre la mia bella dorme, Feltrinelli.
Questo romanzo di Rossana Campo mi è piaciuto abbastanza, pur con un paio di riserve.
Mi è piaciuto perché la protagonista è una tosta, una donna arrabbiata col mondo, che avrebbe mille motivi per piangersi addosso ma che non lo fa; che viene mollata, incinta, da uno che nel libro è relegato a misera e inutile comparsa; che conosce e subito si affeziona a Fruit (giovane e carina, emana “una specie di calma e di positività, come chi ha deciso una volta per tutte di non farsi rompere le palle dal prossimo”), che quando Fruit muore in circostanze non chiare decide che non gli e la contano giusta e si arma di forza, coraggio e intuizione per risolvere il caso da sola.
Ecco, appunto, il caso, è una delle mie riserve: perché non è male, è un noir che si fa leggere e seguire con piacere, anche se in alcuni punti sembra un po’ maldestro, forzato e rischia di apparire davvero poco credibile, specie nel finale.
L’altra mia riserva è stilistica. Mi piace lo stile che usa la Campo: diretto, vivo, i dialoghi fluidi, molto veri. Forse alle volte eccede un po’, e quella che sembra quasi una trascrizione del parlato, pur rimanendo scrittura e buona scrittura, comincia a stridere, una voce pacata e piacevole che diventa falsetto.
Insomma, per fare un esempio, se mi va bene un passaggio come questo: “Abbiamo iniziato una specie di lotta, ma è quasi ridicola come cosa, perché lui è talmente più forte di me che sono sicura che mi ucciderà”, che rende perfettamente l’idea, è brutale, e si sente la concitazione; subito dopo un’espressione come: “Ho paura che mi spacca la mano ma è una questione di vita o di morte e io metto tutta la mia energia in questa lotta”, la trovo incredibile da leggere, e mi smonta tutta la tensione.
Riserve a parte, Mentre la mia bella dorme, resta nel complesso una lettura piacevole.
Demetrio Paolin, Il mio nome è legione, Transeuropa.
Un romanzo che indaga la molteplicità del male che è nel quotidiano, nella vita privata e pubblica del narratore e in quella di tutti noi.
La narrazione procede a flash di immagini, passato e presente si mischiano, il racconto invischia sempre più il lettore, lo tiene incollato.
Ci si sente a disagio nel leggerlo, ci si sente morbosi.
Nonostante questo, nonostante il tema “difficile”, il libro può essere letto da tutti, per la scrittura semplice e scorrevole, anche in spiaggia.
3 Luglio 2009
[incompiuta]
«Sei monotono, scrivi sempre le stesse cose, racconti sempre la stessa storia.»
«Continuerò a scrivere sempre la stessa storia finché non avrò trovato il modo giusto di raccontarla, lo sai.»
«Sì, lo so.»
E lui mi guarda da sopra lo schermo del suo portatile e mi sorride cupo.
Continuerà a scrivere sempre la stessa storia e non troverà mai il modo giusto per raccontarla, lo so.
Gabriele in questo somiglia a mio padre. Anni a ricercare il tratto perfetto, il colore assoluto, il gesto e l’immagine che rappresentassero quello che davvero lui voleva dire e lasciare al mondo. Senza trovarla mai. È morto sconvolto dagli spasmi gridando il nome di mia madre, che da anni ormai non lo amava più e che nemmeno al funerale ha avuto parole dolci per lui.
«Era un fallito e avrebbe portato anche me nella tomba se non avessi avuto il coraggio di andarmene.»
Adesso di lui mi rimangono decine e decine di tele abbozzate, quasi finite, mezze dipinte e alcune sono bellissime nella loro incompiutezza, ed è lì, più che da qualsiasi altra parte, più che in me o in mia sorella, più che nel suo lavoro di ufficio, più che nella sua poltrona o nella sua sedia, più che in mia figlia, è lì che lui è: abbozzato, incerto, incompiuto.
Gabriele somiglia a lui: in questo anche io sono stata poco originale, mi sono innamorata dell’uomo che più di tutti mi ricordava mio padre.
Lo lascio al suo lavoro, ne avrà per tutta la sera, e torno in cucina, dove Livia gioca nel box tranquilla e io ho i piatti da lavare. Chissà perché si usa dire “i piatti da lavare”, quando di solito sono piatti, e posate, bicchieri, stoviglie. Da quando Gabriele lavora al nuovo romanzo sono sempre meno, perché lui non mangia quasi più e cucinare solo per me è deprimente. Stasera solo una mozzarella. Sarei l’orgoglio delle mie ex compagne di corso in palestra: un’ora di allenamento e poi una mozzarella e a letto, o una tisana e in bagno.
Livia mi chiama dal box. Ha cominciato a parlare: ma-mma, ba-bba, pa-ppa. È così tranquilla che sembra figlia di qualcun’altro, una bambina aliena che ci è stata portata in dono per chissà quale motivo, e ringrazio il cielo che sia così. Così bella, sana e tranquilla.
La prendo in braccio, la coccolo un po’, davanti alla finestra, mentre fuori la città sembra un cimitero di lumini, nella nebbia spettrale di novembre, la coccolo e le canto una canzone all’orecchio. Poi la rimetto nel box, con i suoi giocattoli, finisco i piatti.
Mi affaccio alla porta del salotto e guardo Gabriele. Il suo profilo zigomato, gli occhi cerchiati e le dita, che scrivono sulla tastiera, la sua storia, la stessa storia di sempre, di decine di racconti e romanzi interrotti. La storia di sua madre che ha lasciato lui e suo padre, che per anni non si è più fatta vedere, che si è rifatta viva quando era malata e sola, che lui, fino a che non è morta ha implorato, ha pregato, ha elemosinato, per quel poco di amore, almeno quel poco che come figlio gli spettava e non aveva mai avuto e non ha mai avuto. Sono tutte uguali, in fondo queste storie. Fin dalla notte dei tempi, fin dalla cacciata dall’Eden, sono sempre le stesse storie. L’incapacità dell’uomo di amare davvero. L’egoismo. Eppure sarebbe così semplice, così facile, rispettare la teoria dei giochi, accettare quello che ci è stato dato e non chiedere, non sperare, non rubare di più. Non ci sarebbe più posto per l’infelicità.
Alza la testa e abbozza il suo sorriso anemico.
«Portala a letto e vai anche tu, ti raggiungo tra poco.»
«Non vuoi stare un po’ con lei, giocarci insieme?»
«Ora no.»
Sono sempre le stesse storie, quelle di sempre, quelle già scritte.
Metto Livia a letto, la guardo addormentarsi, l’ascolto mormorare nel sonno, le sue paroline sconnesse. Poi vado a letto anch’io. Sento la mia coscienza piano piano sfilacciarsi e mi addormento. Sogno mio padre che dipinge l’Eden, Adamo ed Eva cacciati dalla casa di Dio, i loro figli destinati ad odiarsi e ammazzarsi, la storia del mondo. Incompiuta
27 Giugno 2009
io voglio essere libera
io non ho scelto il mio mestiere, il mio mestiere è l’unico che so fare e siccome nessuno mi pagava per farlo ho deciso di farlo a casa mia.
io non ho deciso di fare il mio mestiere così come lo faccio è che così come lo faccio è l’unico modo che secondo me esiste per farlo.
chi fa il mio mestiere in modi diversi da come lo faccio io secondo me sbaglia. e basta. c’è chi mi dice che non posso dirlo, però, perché io ancora non “ci campo” con il mio mestiere, non ci pago l’affitto, né l’acqua, né la luce, nemmeno un panino, niente, e nemmeno il mio mestiere, ci pago. mi si dice che solo quando potrò pagarmi l’affitto, la luce, l’acqua, e magari anche andarci dal parrucchiere e al mare, con il mio mestiere, solo allora potrò dire a quelli che lo fanno in modo diverso da me che sbagliano, solo allora potrò dir loro che io sono giusta e che loro devono andare a fare in culo. prima no, perché sarebbero loro a mandarci me, e avrebbero anche ragione.
io faccio l’editrice e non faccio pagare i miei autori per pubblicare con me, perché il contrario mi sembrerebbe assurdo.
io faccio l’editrice e ho una società, non un’associazione, una società “a scopo di lucro”, perché fare l’editrice è il mio lavoro, l’unico che so fare e anche se per ora non accade confido che un giorno questo mi darà anche da mangiare.
io faccio l’editrice e non elemosino presentazioni e recensioni, non prego gli assessori, non svendo i miei libri, non sfrutto gli autori, non pago i giornali, i politici, i massoni, non chiedo favori, non me li aspetto e non li faccio.
io faccio quello che faccio perché voglio essere libera e se dovessi cambiare, dovessi rinunciare, dovessi mollare, che mi si mandi pure a fare in culo, me lo merito.